21/05/2012
Il rapinatore solitario. (Una storia vera, in percentuale variabile)
Per un po’ si era adattato all’infelicità standard: si era sposato e aveva trovato un lavoro regolare. Faceva l'idraulico; in proprio: non sopportava che un altro gli dicesse cosa fare, come e quando. Al massimo, credo, la moglie. Per un po'. Lo rassicurava, sembra. Aveva una casa, guadagnava discretamente, beveva di meno e si era lasciato crescere un po' di barba. Ma poi, all'improvviso, se n'era andato, e era tornato a fare le stupidaggini di sempre. Sporadiche, non premeditate, come l'esito scontato di un'agitazione fisiologica.
Rubava solo soldi: roba spendibile direttamente, subito e senza intermediari. Non si sa nemmeno se toglieva la sicura alla pistola, o se ce l'aveva, la pistola, nel rigonfio in tasca. Gli era venuto l’estro del rapinatore solitario. Non per l’aura romantica: non ci arrivava; più in là di fare subito quel che gli passava per la testa, e da solo, proprio non era capace di pensare.
A volte fuggiva a piedi, o in bici, se ne trovava una all’uscita dell’ufficio postale o della filiale di banca di periferia, bici che abbandonava quasi subito, per poi incamminarsi tra la gente come se niente fosse. Allora non c'erano telecamere a circuito chiuso, o le avevano solo nei luoghi importanti, dove girava il denaro vero. Lui restava nei paraggi e si allontanava solo più tardi, quando le ricerche si erano spostate altrove. Un paio di volte però lo hanno riconosciuto che si beveva tranquillo un grappino in un bar di una via laterale. Non la polizia: qualche cliente che aveva assistito alla rapina.
L'ultima volta che lo hanno preso, prima che lo ammanettassero ha chiesto gentilmente se poteva finire il cicchetto. Non so se l'hanno accontentato. Io gli avrei pure fatto compagnia.
18:19 Scritto da: luigigrazioli in Racconti immobili, Vantaggi di vivere in paese | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie | |
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18/05/2012
Un romanzo giovanile inedito di Perec (e altre cosucce)
"Si scrive una sola opera", dice Georges Perec in una delle interviste raccolte in En dialogue avec l'époque (ed. Joseph K., 2011), esprimendo un’idea non proprio originale, come capita spesso a quelle vere, e proprio per questo si è fatto un punto d’onore che ogni suo nuovo libro differisse dal precedente. Ha quindi moltiplicato gli accorgimenti per non ripetersi, ancor prima di entrare nell’Oulipo, attraverso decostruzioni, variazioni e contaminazioni di generi e registri, ricorsi a giochi e restrizioni di ogni tipo (le famose contraintes: regole, vincoli, passaggi obbligati), differenti declinazioni di personaggi e temi che prima o poi finiscono per tornare e che allora tanto vale giostrare consapevolmente, incursioni nel teatro e nel cinema, per non parlare delle innovazioni nella scrittura e nelle tematiche saggistiche, tanto che verrebbe più facile pensare a lui come a uno scrittore disperso in mille rivoli (e anche un po’ dispersivo, non fosse che la morte prematura impedisce un giudizio sulla possibile quadratura a venire) più che a uno che temesse di ripetersi e di risultare monocorde. E invece i vari frammenti della sua opera, pur non perdendo la propria unicità e specificità, sono andati a comporsi in un quadro unitario come i pezzi di un puzzle tanto amati e ricorrenti anche nelle sue parole e nei suoi testi, l’omogeneità di fondo è emersa anche tra le opere più disparate, e la varietà è andata a for
mare un reticolo complesso e multidimensionale che pian piano ha assunto i connotati del suo autore, come un (auto)ritratto a chiave, una originale e completa autobiografia indiretta fatta di tanti frammenti che tutto sono, all’apparenza, meno che autobiografici. E’ anche questo che ha reso Perec una delle figure più influenti della cultura, e non solo della narrativa, a cavallo dei due secoli, come testimoniano anche i saggi che la rivista Europe (n. 993-994, febbraio-marzo 2012, a c. di M. Decout) ha voluto dedicargli invitando a parlarne scrittori e studiosi internazionali, tra i quali Vila-Matas, Celati, Josipovici, Sheringham e Benabou. Ma è anche quello che permette, come dimostrano i saggi raccolti nella rivista, da una parte di attingere a uno o più aspetti per articolarli in un percorso di lettura coerente e rivelatrice, come altrettanti fili e stratificazioni che da un’opera all’altra si sono venuti intrecciando e stratificando, e dall’altra di ritrovare, pur nella diversità dei composti, alcuni elementi base ricorrenti e per certi aspetti caratterizzanti del suo lavoro: nuclei narrativi, oggetti, personaggi, reticenze o costruzioni a latere o innalzate su un vuoto, o un silenzio programmatico (come la morte del padre in guerra e la deportazione della madre e di molti famigliari a Auschwitz). E questo anche nelle numerose raccolte postume e negli inediti che sono stati via via pubblicati.
Il 3 marzo, esattamente nel trentesimo anniversario della sua scomparsa, è uscito da Seuil, per le affettuose cure di Claude Burgelin che lo ha corredato di una prefazione acuta e ricca di ricordi e informazioni, l’importante romanzo giovanile Le condottière (p. 203, E. 17), il primo che Perec abbia giudicato davvero “finito”.
Scritta dopo due altri romanzi abbandonati con pochi rimpianti, quella che abbiamo tra le mani è l'ultima delle quattro versioni diverse anche nel titolo che si credevano tutte perse. Terminata nel 1960, cioè 5 anni prima del vero libro d’esordio di Perec, Le cose, ristampato l’anno scorso da Einaudi, che gli ha subito dato una certa notorietà con la vittoria al "Prix Renaudot", questa ritrovata è la redazione che Perec riteneva definitiva, e che è stata rifiutata da vari editori, in particolare da Gallimard che pure aveva dato all’autore un incoraggiante anticipo. Non si può dargli torto. E' infatti un'opera molto interessante per gli studiosi e i tantissimi cultori di Perec, ma che non mi sentirei di consigliare a un lettore che desidera cominciare a conoscerlo, anche se ha il vantaggio di mostrare l'autore agli esordi.
Dopo molte trasformazioni, la trama si attesta sulla storia di un giovane falsario, Gaspard Winckler, che dopo 12 anni di felici, riusciti e impuniti, falsi di ogni genere e epoca, viene richiesto di un lavoro molto importante dal suo committente Anatole Madera, che gli concede la più ampia libertà di tempo e di scelta dell'autore da falsificare. Gaspard si orienta su un Antonello da Messina (si noti la somiglianza con il nome del committente e l'uguaglianza delle iniziali) nell'intento di farne anche il proprio capolavoro: non un semplice falso nato dall'isolamento di vari dettagli da diverse opere dell'autore e dalla loro ricombinazione che dia luogo, come un puzzle, a una nuova figurazione, ma un'opera originale che eguagli quella del modello senza esserne una filiazione: che sia cioè «la creazione autentica di un capolavoro del passato» (p. 58), qualcosa che dia la misura non della propria abilità di contraffazione, ma dell'altezza di un'arte propria, personale quanto più rinuncia al proprio marchio e nome per identificarsi totalmente con quelli di Antonello. La scelta cade su un Condottiero, simile a quello che Gaspard può ammirare al Louvre, concentrato di forza e nobiltà e decisione che contrastano esemplarmente con i dati del suo carattere, da cui in tale modo vuole liberarsi: dalla corazza che lega i suoi gesti e insieme protegge la sua vita, che ha sempre più l'impressione di star mancando. Dopo un anno e mezzo di preparazione, e pochi giorni di lavoro febbrile una volta trovato il passaggio verso il compimento dell'opera, smaltita l'esaltazione finale, Gaspard si accorge di avere miseramente fallito il suo obiettivo. Il fallimento diventa quello della sua vita, degli amori abbandonati che ora mancano, delle decisioni non prese, di una immediatezza e naturalezza da cui sente espropriato e che ora cerca di recuperare sgozzando il suo protettore, con quello che sente come il primo gesto «naturale» della sua vita (p. 196). Il romanzo parte dall'omicidio e vi ruota attorno, raccontando gli antecedenti, l'apprendistato e il lavoro di Gaspard, i suoi successi professionali, gli incontri spesso mancati o mai davvero approfonditi, le responsabilità non assunte, i tentativi di spiegazione del suo gesto che dà a se stesso e a un amico nei numerosi dialoghi della seconda parte, in un susseguirsi di riflessioni che si estendono a tutto campo alle tecniche, all'opera, al mercato dei falsi, e alle implicazioni intellettuali e esistenziali che questa attività ha assunto nel tempo per lui.
Alcuni, incluso l'autore, in questa storia di fallimento hanno visto una storia di presa di coscienza e di liberazione. A me non pare. La forma che la vendetta, tema ricorrente nell'opera dello scrittore, assume in questo Condottière, è grossolana e insoddisfacente, e appunto per questo ha bisogno di fughe e infinite giustificazioni. In La vita istruzioni per l'uso non c'è bisogno di nessuna spiegazione della vendetta che Winckler prende su Bartlebooth perché essa è resa inutile dai fatti e dalla perfezione del progetto in sé e del lavoro, che porta doppiamente a compimento l'opera (quella di Winckler e il suicidio di Bartlebooth), mentre nel Condottière la loro urgenza nasce proprio dal fallimento dell'opera (cioè del vero-falso nuovo Antonello). E su un'opera fallita non si costruisce nessuna riuscita, per quante parole ci si spendano sopra. Meglio abbandonarla, come fa Perec con questo suo «primo romanzo compiuto», dopo i dolorosi rifiuti ricevuti. Meglio perderla, come le sue copie.
Mentre qui Winckler fugge, là si rinchiude, si separa: qui la vendetta è la fuga dall'opera (fallita) nel tentativo di riprendersi la propria vita; là è la concentrazione sull'opera, la dedizione totale ad essa in vista di una riuscita che avrà solo un testimone, e forse nemmeno quello, perché morirà con in mano la lettera del suo enigma irrisolto, il sigillo del fallimento del suo progetto di vita, del suo «uso»: una W dove doveva esserci una X. La sigla di un nome invece di quella dell'incognita.
L'incompletezza della vendetta è la stessa del romanzo, e la sovrabbondanza delle giustificazioni la stessa della volontà di esibire conoscenze e abilità da parte del giovane autore, irretito nelle parole d'ordine dei tempi, come traspare anche dalla forte presenza di richiami alla sociologia marxista e dalla declinazione in prevalenza esistenziale del tema del falso, che peraltro tornerà talvolta anche in opere e dichiarazioni successive, seppure in forme e toni meno ingenui. L'autentico, la vita, la libertà... cose così.
L'altro importante ma significativo fallimento è quello rintracciabile nella scrittura e nella struttura del libro, diviso in due parti per nulla equilibrate né complementari, ricche entrambe di sperimentazioni in genere non risolte in modo soddisfacente. Che Perec non amasse il romanzo tradizionale è un dato di fatto, ma sostenere che fosse ostile alla narrazione, come fanno alcuni, sarebbe un errore pacchiano. Già in questo primo romanzo Perec esplora modalità discorsive e narrative (per esempio il discorso in seconda persona che tornerà, diversamente declinato in Un uomo che dorme, riedito da poco in nuova traduzione da Quodlibet) e di costruzione della trama che consentano una narrazione non improntata a modelli canonici e tantomeno a una falsa e non problematica spontaneità. C'è chi ipotizza che siano stati la successiva adesione all'Oulipo, i giochi linguistici e le contraintes a distogliere Perec dalla narrazione: invece sono stati per lui un modo di recuperarla dopo tanti tentativi e mezze riuscite, come nel caso del Condottière. Vedervi un gioco in odio alla narrazione, un surrogato al poco o niente da dire e dell'eccesso di teoria, o l'ennesima picconata degli anni 60-70 tutti volti alla distruzione del romanzo, è quanto meno limitativo. Io credo che non sia così, anche se il rischio c'è (e quando un rischio c'è è difficile evitare di caderci una volta o l'altra). E' più probabile invece che si debba cercare in essi non la chiave di un enigma, o più modestamente di un rebus o di un trompe l'oeil, ma ciò che, una volta individuato lo slittamento di senso che lo risolve, si apre al racconto che esso di solito serviva solo a nascondere e che invece era, a altro livello, ciò che più importava. Giustamente Claude Burgelin (Europe, p. 21) accenna alla «economia molto specifica del "mostrare" e del "nascondere" che caratterizza tutta la sua [di P.] opera». «Tutta la letteratura è, in un certo modo, come un romanzo poliziesco», afferma Perec in un'intervista del 1979 (En dialogue..., p. 119), un gioco dove al piacere di nascondere e nascondersi si aggiunge quello di far trovare e di farsi scoprire. Gioco con la finzione e con il falso che si trova già in questo primo romanzo e che resterà una costante fino al Cabinet d'amateur (1979, trad. it. Storia di un quadro, Rizzoli, 1980), la sua ultima opera narrativa pubblicata in vita.
Non a caso, per tornare all'esigenza di raccontare, l'attitudine sperimentale che caratterizza tutta la sua opera è sempre all'insegna della massima leggibilità, senza farne una questione di stile o di marca personale per darsi coerenza o riconoscibilità (o vendibilità: come un brand), ma sfruttando ogni volta le specifiche risorse delle forme e dei generi adottati, anche se spesso tendendo, nella scrittura, al grado zero di un tono neutro e apparentemente solo referenziale o enumeratorio, attento solo ai luoghi e alle cose (evitando però di fare del narratore un puro voyeur o di sposare il nouveau roman), e in realtà brulicante di riferimenti, citazioni, invenzioni e memorie, anche dolorose. Dopo aver portato a termine La vita istruzioni per l'uso, lo scrittore ha sostenuto di avere sì fatto «implodere il romanzo», ma spesso aggiungendo di aver scoperto, in questo lavoro di demolizione, il più grande piacere di narrare, un vero e proprio «giubilo» di raccontare che non aveva mai provato in vita sua: esattamente laddove il numero dei vincoli e dei passaggi obbligati era stato più alto, e forse proprio grazie ad essi.
Nel Condottière questi esiti non si possono nemmeno intravedere, e tuttavia la strada che vi porterà è già tracciata, nella sua esigenza di base, pur tra le imperfezioni e le contraddizioni, che non cancellano però le numerose pagine già moltoacute e riuscite. La lettura offre inoltre quindi numerosi altri motivi di interesse: l'ultimo che conviene ricordare, ma non certo il minore, è quello di incontrare già qui personaggi, temi, forme e persino stilemi tipici del Perec maturo. Trovare le radici nascoste, il germe ancora imperfetto e informe dell'opera a venire che ora si conosce in tutta la sua complessità, è una grande soddisfazione non solo per il critico, ma anche per il lettore devoto, perché ne garantisce analisi e predilezioni e proietta, su una molteplicità che poteva anche derivare da capriccio o vaghezza di intenti, la luce della permanenza e della fedeltà a se stesso, cioè di una necessità ben più solida di quella ricostruibile a posteriori: radici vere, invece che immaginarie e solo immaginate.
In questo senso sarebbe però bello pensare che Le Condottière è stato tenuto nascosto così a lungo per precisa volontà dell'autore, che ne avrebbe dichiarato la scomparsa solo per gusto malizioso, come l'ennesima casella vuota di tante sue opere, come la casella vuota della sua opera stessa (non forse la vita stessa?), con gesto tipico del giocatore che fu Perec. Ma ancora preferibile sarebbe, per me, se a partire da tracce magari sue, da versioni davvero eliminate o perse, il libro fosse un falso da lui commissionato o scritto di propria iniziativa da qualche amico, che però glielo avrebbe per sempre tenuto nascosto.
18:51 Scritto da: luigigrazioli in libri e fumetti, Recensione | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie | |
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05/05/2012
Il mio psichiatra ha una crisi d'ansia
Una storia vera! tranne l'assunto iniziale e il 70/80 % del resto.
a Lucetta e Marco, che ci voglio bene
Mi telefona il mio psichiatra, in preda a una crisi d'ansia. Quasi non riesce a parlare, respira con affanno e si lagna. Impreca. Farfuglia. Scaglia nel microfono fonemi allo stato puro o in piccoli grumi, aspirazioni araboidi, grattacieli consonantici slavi, lallazioni, brandelli di sintagmi nominali, radici verbali senza desinenza, desinenze sradicate. Ci sa fare col linguaggio! Mi sembra di vedergli le vene del collo gonfiarsi, i capillari sulle guance e nell'iride che esplodono, che lo imporporano. Come un cardinale. Il portamento e la stazza li ha già. Gli chiedo di raccontarmi cosa è successo, facendosi capire possibilmente. Mi piacciono le storie. A patto che siano lineari e comprensibili, però. Ha perso la strada, per l'ennesima volta! Non arriverò mai..., quasi mi urla; io torno indietro! Rinuncio! L'ansia lo avvolge, lo stritola. Rotola verso il panico, ormai sull'orlo del declivio, ripidissimo, vogliosa di precipitare, di gettarsi a capofitto giù nella paralisi, nell'apnea. Per trovare pace almeno lì. Un freno, se non altro. La calma della rigidità. Basta, se no gli rubo il mestiere.
Mi provo a farlo ragionare, una cosa per volta. Partiamo dall'abicì. Dove sei? Come hai fatto a arrivare lì? Un po' di anamnesi non guasta. Magari lo calma. Il ricordo come terapia! Dovrebbe essergli familiare. Invece niente. Funziona con gli altri, i pazienti. A lui vengono in mente solo le altre volte che ha sbagliato strada e comincia a raccontarmele, una per una, tutte!, con il loro bel condimento di libere associazioni. Il regesto completo degli smarrimenti. La mia vita come naufragio. Tutto questo mentre sta guidando. E io non so ancora dov'è. Lo aspetto con la mia borsa da viaggio all'uscita dell'autostrada e minaccia di piovere.
Inutile insistere, è agitatissimo, specifica, come se non l'avessi capito da solo; sbatte tutto, respira male. Allora gli ordino di calmarsi e di accostare, con un tono che non ammette replica. Mi concedo anche un cazzo! rafforzativo. Quando ne ho l'occasione non me la lascio sfuggire. Non mi dispiace il turpiloquio, ma sono troppo educato per farne uso. Mannaggia! Smettila, c.zo!, e dimmi di preciso dove sei che ti guido io.
Finalmente ci riesce. E' fuori di appena venticinque chilometri, sull'autostrada sbagliata. Niente di grave. Sempre che non si metta a diluviare. La cosa più semplice sarebbe farlo tornare indietro fino al punto dove ha sbagliato l'imbocco, ma è uno svincolo multiplo e complicato, e temo che giunto lì, vista anche l'indicazione di casa non mi torni indietro per davvero. Più che rinunciare al viaggio mi scoccerebbe farmi venire a prendere. E i commenti.
Non posso rischiare che faccia dietrofront. Difficile sapere cosa passa per il cranio di certe persone. Frequenta gente stramba, giorno e notte, per lavoro e diletto (è anche scrittore, e la moglie, che ora immagino irrigidita e silenziosa al suo fianco, poetessa: figurarsi!), e non serve a nulla che eriga difese su difese, che cerchi scappatoie e deviazioni: rischia sempre di diventare come loro; e mica uno solo, con una o due, o tre, identità; no: tutti!, con il peggio di ciascuno. Lui dice che lo fa apposta; ci gioca, finge. L'arte! Razionalizza, ovvio. Perché poi le uniche deviazioni che trova sono quelle che imbocca per sbaglio quando si mette in viaggio. Ogni sacrosanta volta. Per questo si sposta solo con i viaggi organizzati, o se ha qualcuno che lo accompagna o attende. Che qualcuno, almeno allora, pensi per lui! Che lo guarisca dalla pena, e dalle incertezze, del guaritore. Che gli apra una via di sfogo. Un varco (è ligure). Psichiatri in fuga! Una citazione. Una modesta proposta per un kolossal hollywoodiano. O un ancora più modesto progetto woodyalleniano. Marxiano, anche: nel senso di Groucho. Il mio psichiatra fuma il sigaro come lui, del resto. E come Sigmund, certo... E ha i baffi, come Groucho. Ma anche il pizzetto: sempre come Sigmund, per non farsi mancare niente. Con tutto che è un eretico di quelli che manco si premurano di scusarsene. Un deviante!
E si perde ogni volta. Si agita, va in ansia, in panico quando è particolarmente in vena (oggi non ancora per fortuna: l'ho preso per la collottola un attimo prima); e si perde. E non si calma. Allora gli rifilo un ceffone via etere. Facciamo due, per sicurezza. Per gli amici questo e altro. Lo minaccio e lo tranquillizzo. Con questa tipologia è consigliabile un comportamento elementare. Niente ambiguità soprattutto. Gli ordino di darmi ascolto. Silenzio! E guai se torni indietro! Ti insegno io un percorso alternativo. Tranquillo, ti guido io passo per passo. Intanto guardo il cielo che si fa sempre più scuro. Fingo di non sentire gli strombazzamenti e i commenti di camionisti. Alcuni mi chiedono la tariffa. Bestie! Faccio tutto gratis, io! Gli chiedo (al mio psichiatra) di leggermi i primi cartelli che incontra fuori dall'autostrada e gli do le prime indicazioni. Poche alla volta e molto chiare. Resta sulla statale e alle rotonde segui sempre l'indicazione della mia città, senza farti tentare da segnalazioni alternative per altre strade. Si può arrivare in tanti modi, ma tu segui me, non abbandonare la via principale anche quando i cartelli suggeriscono altri percorsi. E qualsiasi problema, chiama subito! Che io cerco di capire come togliermi da qui e andargli incontro in un posto facile da raggiungere. Ma questo mi guardo bene dal dirglielo. Fossi matto! Intanto trovo un passaggio. E subito comincia a piovere.
Mi telefona dopo 5 minuti convinto di essersi perso ancora. Smozzica le parole, alterna bassi e alti, sordine e vibrati, spezza il ritmo e varia i toni con discorso sincopato, ora. E' un patito del jazz. Un'altra delle sue sfaccettature. Delle sue tante sfaccettature. Tantissime, che vanno tutte in direzioni diverse. Pure loro. Che forse non sono nemmeno sfaccettature, ma frammenti, detriti sparsi di nessuna unità. Per dire... No, vai benissimo, lo rassicuro, anche se non è vero perché stava davvero per perdersi di nuovo, e aggiorno i comandamenti per tornare sulla retta via, e per i dieci km successivi. Se supera quelli è fatta. Poi la strada è tutta dritta.
Dopo 3 (tre!) minuti, mi chiama di nuovo, e fortuna che non ha esitato, perché stava rischiando un'altra deviazione. Lo guido passo per passo col cellulare, mentre lui guida l'auto e altre voci cercano di guidarlo altrimenti. Ascoltare le voci, in particolare le voci di quelli che sentono le voci, è la sua passione. Con pochi aggiustamenti lo riporto nella giusta direzione, e finalmente posso dargli le ultime indicazioni e chiudo. Prima di ringraziarmi, però, ci sarebbe un ultimo favore: prenderlo a pugni in testa non appena arriva. Non chiedo di meglio. Anche a nome dei suoi pazienti.
Quando arriviamo in Germania, è la disinvoltura fatta persona. Si guarda attorno professionale. Ma anche pacificato, carezzevole. Osserva. Scruta. E poi analizza. Anatomizza. Classifica. Riconosce e confronta. Diagnostica volti, cose, paesaggi. Diagnosticherebbe anche le nuvole, se ci fossero. Invece splende il sole, qui. Il cielo è perfettamente sereno, come il nostro umore. Il suo più di tutti. E il traffico è scorrevole. La meta già in vista, nessun errore possibile. Guida senza incertezze. Qui sì che le segnalazioni sono chiare!, proclama. E non sa una parola di tedesco.
11:42 Scritto da: luigigrazioli in Racconti immobili | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie | |
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