Gemelli on the beach e altri post di riempimento (cosa, scelga il lettore)

grazie a tutti coloro che continano a pasare di qui nonostante la mia latitanza. Metterò qualcosa di nuova tra poco. Intanto vogliate gradire mini racconti sotto forma di post da Facebook

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Il cielo è coperto, il mare calmo e il vento fermo. Sono già le undici ma la spiaggia è ancora semivuota, quasi tutti gli ombrelloni chiusi. Dei sei aperti nelle mie immediate vicinanze, quattro sono occupati da famigliole composte dai genitori e da una coppia di gemelli, di età dai 2 agli 8 anni circa: tre di sole bambine, mentre l’ultima, quella più piccola, di una femmina dalle vaghe sembianze mongoloidi, ma vivace e intelligente, mentre il maschio è più silenzioso e tranquillo, e solo ogni tanto si dondola sui due piedi da sinistra a destra per minuti e minuti, con movenze che ho visto nei ciechi e negli autistici, senza essere né l’uno né l’altro. 

Per un attimo mi è parso di abitare una mediocre allucinazione all’interno della solita risaputa storia raccontata da uno sconosciuto, il solito cretino con scarsa immaginazione, ma subito mi sono ricreduto: sono nel solito mondo risaputo, è lui ad avere scarsa immaginazione, come la mia annotazione del resto. Non c’è bisogno di inventare o di ipotizzare altro: l’aria del genitori è normalmente ottusa, la pelle mi brucia e sulla passerella tra gli ombrelloni viene verso di me una giovane donna da capelli rossi naturali che tiene per mano una sua gemella in miniatura di 9-10 anni che di sicuro è sua figlia. Qualche passo indietro, la segue, con passo pesante e instabile, il mostro della palude silenziosa, con i suoi occhi gonfi, la cresta dorsale e la sua bocca dalle labbra sporgenti e rigonfie che taglia tutta la testa come uno squarcio osceno. Ha la pelle chiara e senza squame, però, e è obeso.

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Oggi ho reso contenta una signora bruttina e un po’ agée, una di quelle per cui potrei essere appetibile persino io. L’ho vista arrivare in bicicletta ancora da lontano, il busto eretto, antiaereodinamico, a prendersi in faccia tutto il vento marino, le braccia tese sul manubrio, la pedalata gagliarda, e l’ho guardata fissamente, con occhio benevolo se non proprio con interesse, fino al momento in cui mi è sfrecciata accanto.
Mentre si avvicinava, accortasi del mio sguardo, invece di fare la smorfia della sdegnosa, ha cercato di mantenere l’espressione concentrata sulla strada, ma le labbra hanno preso, da sole, una lieve piega di lusinga. Quasi un sorriso.

(Dovrei farlo più spesso. Anche a rischio che qualche racchia presuntuosa mi scambi per un pappagallo.)
(Ma dovrei vincere la mia, di presunzione.)

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Mirabilandia1.jpgIl pullman si è fermato a Mirabilandia sotto il diluvio universale. Il piazzale è vuoto, nessuno è sceso e nessuno aspettava di salire, ma la sosta non accenna a finire. Il motore ronfa piano, le parole e i bisbigli sembrano esauriti, i cellulari non squillano, dalle cuffie e dagli auricolri non fuoriesce nemmeno un ronzio: si sente solo lo sventagliare della pioggia sulla lamiera e i vetri, in uno stato di sospensione indefinita. I macchinari delle attrazioni si intravvedono appena, oltre la fitta barriera di acqua e vapori, nell’aria scura. Di quella più vicina, le gigantesche montagne russe a monorotaia, incombono su di noi alcune volute scure, grovigli sospesi nel cielo come un’astrusa astronave annodata attorno a un nucleo invisibile, come un cappio cosmico, ganasce mastodontiche pronte a chiudersi attorno a teste e corpi ancora da inventare, eppure molto simili ai nostri, e a ghermirli. La pioggia sferza tutto senza remissione, il piazzale e la strada sono ormai allagati, nessuna auto passa, nessun faro si accende, i finestrini vibrano, dal soffitto filtrano, sempre più forte, acqua e vento, mentre la visibilità declina verso una notte prematura, un presagio di cecità totale, definitiva. Alcuni hanno preso a piangere.

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Tamburella.jpgIo tamburello sulla coscia per seguire il ritmo della musica negli auricolari; la signora di fronte, di poco più anziana di me, fa lo stesso, ogni tanto, obbedendo a un diverso impulso: quello dei nervi, immagino… del sangue, degli anni.
(Nel finestrino mi vedo giovane, più ancora di quanto non mi senta. Guardo meglio. E’ un altro.)

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Leggevo ieri l’ennesima critica ai nudi femminili di Michelangelo, in particolare a quelli delle cappelle medicee: che non sarebbero del tutto accurate e verosimili (come se questo fosse decisivo per il risultato artistico), perché il buonuomo, essendo gay, non aveva mai prestato molta attenzione all’anatomia femminile. Immagino che lo studioso (uno scienziato oltretutto, in questo caso), si riferisse, nello specifico, alle tette, che, tra l’altro, non obbedirebbero del tutto alla gravità.
Ma quelle sono di marmo, cretino!

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Sono qui che misuro le ricorrenze genetiche, le infime variazioni, le memorie e le profezie. I sogni per una volta univoci, espliciti e definitivi, come una sentenza.
Eppure li guardo con tenerezza, mi accorgo, con dolcezza e candore. A volte quasi con gioia

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Morti giovani2.jpg
C’è questo paesino dove i giovani muoiono di nascosto, in segreto.
Gli annunci mortuari sfoggiano sempre, quasi vantandosi, decessi di ultraottantenni, ma più numerosi
ancora sono i novantenni e non rari i centenari.
Poi uno capita per caso nel piccolo cimitero e verso il fondo si imbatte in una fila di tombe in cui sono sepolti esclusivamente uomini e, più numerose, donne di venti-trent’anni, più un paio di quarantenni Morti giovani1.jpgcontrobilanciati da tre adolescenti e un bambino. Lì, in un cantuccio, come in un ghetto. Qualcosa che non si può negare, ma almeno se ne stia per conto suo, lontano dagli occhi, separato.
Gemelli on the beach e altri post di riempimento (cosa, scelga il lettore)ultima modifica: 2013-07-12T15:14:00+00:00da luigigrazioli
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