Scrittori a Praga (con apparizione) di Mauro Francesco MINERVINO

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Ogni volta che leggo (spesso anche li rileggo), un libro di Kundera non riesco a rimanere mai troppo a lungo dove mi trovo. Mi viene di uscire. Mi viene voglia di Praga. Non mi è successo lo stesso con Kafka e nemmeno con Praga magica di Ripellino, che pure era stato per me da giovane un libro di suggestione colta e fascinosa. Penso a Praga e mi dico sempre che La vita è altrove. Fu proprio quel titolo a portarmi lì, a Praga per la prima volta, sulle tacce di Kundera. Solo per Kundera. La prima volta che ho visto Praga dopo avere letto quel suo libro, partii dalla Calabria in treno, da solo, due giorni e due notti di viaggio fino Praga. Poi altre volte da allora, da L’insostenibile leggerezza dell’essere in poi, non ho potuto fare a meno di passarci almeno qualche giorno, qualche serata. È un riflesso pavloviano, che non controllo. Che riesce ancora a distrarmi, a portarmi via. Praga e Kundera.

Mi ricordo una settimana intera passata a Praga. Era qualche anno prima degli anni 0, c’erano ancora pochi stranieri in giro, era inverno, la città sembrava stregata, impolverata di secoli, odorava di grappa. Ed io ero lì invitato dall’ambasciata italiana per una fiera del libro che si teneva negli ex padiglioni liberty dove furono i depositi e le officine delle vecchie tramvie cittadine. Il paesaggio della città già allora cambiava velocemente. L’albergo in cui stavo era uno di quelli appena costruiti dopo la fine del regime, dalle parti di via Mozartova. Un hotel luccicante di vetri, della catena Movenpick, enorme e lussuoso, per nuovi turisti occidentali. Intorno c’erano ancora le costruzioni grigie e vuote degli anni del regime, l’edilizia carceraria dei casermoni abbandonati dell’era sovietica, i “block”. Di notte tra i block deserti giravano solo ronde di skinheads. E una sera che tornavo a piedi dal centro di Praga passai indenne non so come e perché da un enorme regolamento di conti fra bande rivali che si facevano la guerra per strada con catene, coltelli e mazze di ferro. Erano conciati in un modo terribile. Per tornare in albergo non potevo far altro che affrontarli. Infuriava la battaglia. Passai in mezzo a due ali di violenti in mezzo ai tafferugli. Si fermarono. Pochi istanti, andai oltre e basta. Dietro le spalle sentivo roteare mazze e catene. Non ho mai capito perché mi risparmiarono. I taxisti che si contendevano i clienti dell’albergo erano tutti abusivi, mafiosi bulgari con le basette lunghe che guidavano BMW tedesche truccate. Auto dalle carrozzerie modificate con alettoni e appendici, smarmittate e verniciate di colori pacchianissimi. A piazza Venceslao la sera i taxisti bulgari si riunivano. Formavano una specie di caravanserraglio coloratissimo. La lunga piazza di notte era deserta, avvolta da una nebbiolina austera, quasi funebre. I bulgari fuori dalle macchine bevevano e litigavano. Poi facevano caroselli, tiravano sui rettifili della piazza con i loro taxi dai motori urlanti come fossero a Indianapolis. Puntualmente la polizia li fermava, ma sembrava impotente. Le macchine rombavano e schizzavano via di nuovo.

L’acqua minerale che trovavo nei locali si chiamava “Mattoni”, sembrava da ridere, invece seppi che era la marca preferita dagli Asburgo. Dalle parti di Mala Strana frequentavo l’ambasciata italiana, al 20 di via Nerudova, in un magnifico palazzetto barocco della vecchia Praga, al termine della quale si trova la salita che porta al Castello, una delle strade più belle della città. Nei saloni dell’ambasciata si respirava ancora l’aria degli anni della guerra fredda. Gli italiani in giro erano pochi e avevano tutti qualcosa che metteva in sospetto.

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Una sera sono andato a cercare la birreria in cui Kundera, mi dissero, si incontrava con gli amici ai tempi della dittatura. Un posto dalle parti di Nove Mesto, nella città asburgica, in un intrico di viuzze e palazzi severi non lontano da piazza Venceslao impossibile da raggiungere a piedi per qualsiasi turista. A me mi ci portò per mano Helena, una ragazza di Praga che avevo incontrato una sera in ambasciata. A Helena dopo una passeggiata insieme al parco Petrin chiesi anche perché le auto prodotte dai cechi, le Skoda, avessero quello strano stemma sui cofani. Se era quello che sembrava, anche se era difficile da immaginare. Helena mi rispose sorridendo che Skoda in cecho significa “peccato”, sì proprio quel peccato lì. Da allora ho sempre pensato che le Skoda sono delle auto magnifiche. Helena aveva gli occhi luminosi e fulvi come la buccia delle castagne d’acqua e capelli finissimi color miele, la voce dolce e un po’ roca che avevano molte delle ragazze di Praga. Così una sera mi portò con sé per i vicoli nebbiosi di Praga a vedere i locali frequentati dai poeti e dagli scrittori della città. Il posto in cui ci fermammo si chiamava, se ricordo bene, “U’ Musketyr” (il moschettiere), e lui, Kundera, lì non c’era più, ovviamente. Non era un posto per turisti. C’erano pochi avventori abituali che parlavano fitto, e ai tavoli servivano ragazze grasse in costume boemo. Dopo un po’ mi sono accorto che in un angolo in disparte, quasi al buio, c’era un uomo anziano dai pochi capelli bianchissimi e dritti in testa come chiodi. È così che invece di Kundera ho visto il vecchio Bohumil Hrabal davanti a un enorme boccale di pivo; beveva da solo, con un mezzo sorriso.

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Scrittori a Praga (con apparizione) di Mauro Francesco MINERVINOultima modifica: 2013-11-30T08:40:22+00:00da luigigrazioli
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