Franco Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna – di Marisa Scotti

 Armini Reggio (più Belpoliti)Per Franco Arminio, il fondatore della paesologia, il paesaggio non esiste. Non è mai, cioè, un’immagine, uno spazio di contemplazione, o, per quanto l’attenzione alle sue peculiarità sia un requisito importante, qualcosa da descrivere, ma un ambiente di esperienza, che per essere tale passa per l’emozione. È il luogo del fare. Ma siccome per lui nessun fare prescinde da un investimento passionale, diventa immediatamente un luogo appassionato. Il luogo delle passioni. Se non si danno queste condizioni, è l’accidia, quando non la catatonia. Anche se spesso esse prendono il sopravvento e invadono la scena, peraltro. Come sa chiunque abbia qualche grano di ipocondria in sé.

Molte cose che lo scrittore irpino non si stanca di dire e di declinare sembrano risapute, riconducibili a questo o quell’aspetto della tradizione: cambia solo il nome, il linguaggio che le dice. Ma poiché molti di questi nomi e delle loro combinazioni sono nuovi, lo è anche la realtà che ci mostrano e rappresentano: perché, come si sa, la parola nuova dice o inventa qualcosa che prima non c’era, o che attendeva di venire ad essere. È lo spazio di emergenza della realtà: un suo effetto e insieme una sua condizione. E la condizione della sua conoscenza.

Arminio è anticartesiano: la razionalità astratta, oltre che sbagliata, e quindi eticamente errata, è per lui inconcepibile. Per lui la poesia è conoscenza, nel senso che non ci può essere conoscenza che non sia poetica. Cioè: non è che la poesia contenga conoscenza, questo lo sanno tutti, o quasi; è proprio che senza poesia, per lui non si dà vera conoscenza. Nessun pensiero senza emozione, fosse pure quella della freddezza e del distacco. Il suo presuppone soprattutto la vicinanza, e anzi direi l’adesione e l’immedesimazione; meglio: l’interiorità, l’essere dentro qualcosa che ti sta dentro.

Per questo lo scrittore, quasi una rockstar inquieta, incline a ripiegarsi in sé e a separarsi, ma generosa e pronta a rispondere a chi lo chiama, si muove sempre, è in tour perenne, come il “Never Ending” di Bob Dylan: va di qua e di là, incontra, parla, ascolta, guarda, interroga, risponde, fotografa, filma e poi, sfiancato, agitato e turbato, si ferma e scrive. E scrive e scrive e non può più fermarsi di scrivere. L’interruzione è una pausa: un respiro e un lungo sospiro, la ricerca dell’aria quando l’angoscia la fa mancare, per poi subito ripartire.

La sua è una scrittura ininterrotta di pezzi interrotti: poesie, testi brevi fino all’aforisma e mai più lunghi a qualche pagina, che però cercano sempre, trovandoli spesso (le eccezioni sono quelle in cui talvolta inciampa l’inclinazione verso l’aforisma, la frase a effetto), i modi di connettersi, le forme dello stare insieme. E ci stanno perché, prima di tutto, stanno già insieme in Arminio. E ci stanno insieme perché, tutte, hanno la stessa scaturigine: l’impulso a vivere, la lotta affannata che solo l’ipocondriaco che si figura la morte, e la patisce, ogni momento, trova la forza di sostenere, per sé e per gli altri. Per gli altri perché per sé, e viceversa: perché lo stare insieme nel modo migliore è ciò che lui cerca sempre nel suo vagare.

È questa dimensione che gli impedisce di cadere nella paralisi del melanconico classico e lo distoglie dalla tentazione sempre incombente della chiusura su se stesso e del solipsismo. Parlando sempre di sé, Arminio parla sempre degli altri e agli altri: li sollecita e li cerca, indaga lo spazio dell’incontro e della dispersione, lo mostra agli altri e se lo fa mostrare, muove verso di loro e li fa muovere. Com-muovere, appunto. Questa dimensione esterna, nel senso anche di sociale, è andata crescendo negli anni, come il suo impegno diretto nella vita del suo territorio e di quelli circostanti. Le discariche, Taranto, i paesi devastati e quelli abbandonati, ma a volte anche salvati proprio in virtù dell’abbandono; le delusioni ma anche i presupposti per una politica diversa; la disgregazione dei legami sociali e la sopravvivenza dei peggiori tra quelli tradizionali, ma anche la presenza di figure di riferimento, vecchie (Manlio Rossi-Doria, Scotellaro) e nuove (per esempio Franco Farinelli).

C’è già tutto nel titolo. Geografia: scrittura della terra e sulla terra, oltre la paesologia; commossa: come devono essere la scrittura e il racconto e la conoscenza e in generale il rapporto con la terra; dell’Italia: della nostra nazione proprio nelle zone con cui talvolta viene meno identificata ma dove invece spesso è più se stessa, dove il suo passato persiste e la devastazione del presente è più intensa, ma anche là dove è possibile intravedere alternative di crescita più vivibili, modelli di vita più sereni, e a volta persino felici (perché questa è l’esigenza prima, non lo sviluppo); dell’Italia interna: quella dell’Irpinia d’Oriente certo, ma poi della Lucania, della Calabria, delle Marche e della Puglia, cioè della dorsale appenninica, lo scheletro della penisola, il cuore del Mediterraneo; interna: di Arminio ho già detto; interna al lettore, subito dalle prime righe.

Franco Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna, ed. Bruno Mondadori, 2013, p. 131, 14.

Per gentile concessione dell’autrice e di www.doppiozero.com

arminio_cover1

 

Franco Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna – di Marisa Scottiultima modifica: 2013-12-09T08:29:46+00:00da luigigrazioli
Reposta per primo quest’articolo
Questa voce è stata pubblicata in Graditi ospiti, Recensione e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento