Alla canna del gas (treni e altri proiettili 2)

 

Con questi scrittarelli  mi sto riducendo alla canna del gas. O a quella fumaria.


La canna fumaria che ricordo con maggiore intensità è quella che fuoriusciva dalla stufa che riscaldava il locale principale della prima vera officina di mio papà. D’inverno, il pomeriggio, quando cominciava a fare buio, scendevo in officina (noi abitavamo al piano rialzato della palazzina a due piani adiacente) e con i miei fumetti o un libro di avventure, mi sedevo lì accanto a leggere. C’era l’odore di acqua chimica, di limatura di ferro e di segatura, i macchinari producevano un ronzio che pian piano mi entrava sottopelle e mi faceva trasalire, e con la loro monotonia mi isolavano dal mondo intero, e io, allora, da bambino ipercinetico, mi bloccavo una specie di morbida estasi e leggevo.

 Sì, se sono arrivato a scrivere queste cose, sono proprio alla canna del gas.

 Un’altra che ricordo era nella cucina dei miei nonni paterni, qualche anno prima, con la stufa che si apriva per metterci la legna e un piccolo vano per tenere calde le vivande. Quando era prossima a spegnersi, mi piaceva abbassare l’usciolo, e infilarci i piedini a scaldare. E’ una consuetudine che mi è rimasta per molto tempo, fino a pochi anni fa: rivolgere la sedia o la poltroncina e appoggiare i piedi sopra il termosifone, con la lampada snodabile alle spalle diretta verso la pagina aperta. Però è un altro  tipo di caldo, inodore, molto meno buono.

 Ne deduco, ora, che ho sempre avuto la tendenza ad avere i piedi freddi e quindi che la mia circolazione ha sempre funzionato male. Potrei continuare così: sono parecchie le cose in me che circolano male. Dopo magari lo faccio, tanto per vedere dove va anche questo treno.

Magari un’altra volta. Prima una precisazione però: io mica ho i piedi sempre freddi. Perché diavolo mi sto calunniando da solo? Eh eh, suscito un po’ di empatia e di compassione, e intanto mi tiro vicino qualche lettore, lo abbraccio e mi strofino. Furbissimo!

In realtà scrivo tutte queste cose per non pensare ad altro. O per non pensare e basta. Mi alleggerisco: sì, come una pisciatina al momento opportuno. L’umore cambia. Lo  so: in fondo mi disprezzo per queste trovatine; non era questo che mi  aspettavo da me, ma intanto che mi concentro su una parola dopo l’altra, va abbastanza bene. Dimenticandomi di me, anche quando di me parlo, mi sopporto di più. Un risultato non da poco.

 E intanto  il proiettile fila, non rettilineo, angolare; deviato, ma fila lo stesso, imprevedibile. Dove, lo scopro man mano. Anche adesso ho la stufetta ad aria accesa sotto il tavolo. Piedi caldi! Ora è diverso. Invecchio e la circolazione fatica a raggiungere le estremità (non tutte, e comunque ci arriva), ma soprattutto la tengo accesa perché, dopo la sigaretta, devo far uscire il fumo dallo studio, che ha una portafinestra che dà su un balconcino, e l’aere maligno si insinua sempre dal basso a gelarmi i piedi.

L’espressione aere maligno mai e poi mai avrei pensato di usarla. E invece eccotela  qui! I miei ossequi alla signora.

 (Se continuerò con queste pseudoprose, potrei chiamarle “scritti alla canna del gas”; anche perché dovrebbe essere alla canna del gas anche uno a cui interessassero e che li leggesse con il po’ di gusto che ci metto io a scriverle. Ma anche “Treni e altri proiettili che attraversano la testa” potrebbe andare bene: in fondo l’idea è la stessa.)

 (Avanti! A volte non riesco a capire se sono più gli idioti o i disperati, e in quale categoria rientro io. Sempre che i primi non siano che dei disperati così assoluti, irrimediabili, da non rendersene neppure conto.

O che la disperazione non sia che una forma di idiozia. La peggiore magari.)

 

Alla canna del gas (treni e altri proiettili 2)ultima modifica: 2011-02-24T16:29:00+01:00da luigigrazioli
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