Tempesta

Pubblico qui metà del primo e metà del secondo capitolo del romanzo in libreria dai primi di maggio. Mi faccio un po’ di pubblicità, vincendo il pudore e sentendomi in colpa. Se qualcuno vole condividerla, si accomodi.

 

 

A


Una tempesta tropicale si stava abbattendo su Gorgonate. I venti, non sapendo che direzione prendere, le imboccavano tutte contemporaneamente e si scagliavano senza la minima discrezione su ogni cosa, eccetto che sugli alberi, abbattuti dal primo all’ultimo dalle precedenti amministrazioni comunali per far posto a una splendida pista ciclabile usata solo dai ragazzini per le loro evoluzioni con motorini, roller, skateboard e altri pericolosi marchingegni ancora senza nome. Alle sedici e trenta, nel buio totale, si contavano già ottocentocinquantaquattro vetri rotti, una trentina di automobili scaraventate le une sulle altre in accoppiamenti tantrici alquanto libidinosi, da vere maialone, imitate da qualche dozzina di sedie e tavolini abbandonati al loro tristo destino da baristi snaturati, varie panchine dei parchetti pubblici divelte o sfasciate (ma quello poteva anche essere il frutto delle eroiche imprese dei giovanotti locali), un paio di biciclette che volteggiavano a mezz’aria con grazia neoclassica, nonché tre pensionati sorpresi durante la passeggiata pomeridiana lungo il canale finiti in acqua e annegati (solo uno verrà pianto dai famigliari: gli altri fortunatamente erano soli). Un numero imprecisato di tetti, ma in continuo aggiornamento da gruppi di monitoraggio della protezione civile, era stato scoperchiato, con gran soddisfazione di capomastri e antennisti ultimamente un po’ in crisi, mentre era più facile contare le cantine non allagate, le tubature non scoppiate e i tombini non saltati; molti vandali, manco a dirlo extracomunitari, approfittando della confusione stavano saccheggiando negozi di ogni genere, ma parecchi vi erano rimasti intrappolati dalla violenza degli elementi e dalle macerie accumulate sui marciapiedi, che prendevano spontaneamente la forma di alcune delle più ardite costruzioni postmoderne e, talvolta, di coni di deiezione o di ziqqurat sormontati da sedie o poltroncine al momento disoccupate; diverse baracche abusive, piene zeppe perlopiù degli extracomunitari non impegnati nei saccheggi, erano crollate sui loro abitanti (ma questo era il meno); truppe di polli spennati e di cotechini nuotavano a perdifiato tra le acque, in fuga da una macelleria del centro famosa per i suoi prodotti nostrani, tanto freschi da sembrare vivi, mentre l’ultimo piano del vecchio, fatiscente ospedale (che già da mesi avrebbe dovuto lasciare il posto al nuovo, modernissimo, che si erge tra i prati acquitrinosi della periferia, se non fosse stato per i soliti ritardi dovuti ai soliti scioperi delle maestranze mai soddisfatte degli alti salari e delle condizioni di sicurezza, nonché a mancate consegne di materiali e strumentazioni per presunte inadempienze nei pagamenti e, da ultimo, a un’inopinata serie di impegni e malattie infettive da parte delle autorità che dovevano celebrare la solenne inaugurazione) si stava lentamente accartocciando su se stesso, ma grazie al cielo avevano fatto in tempo a evacuarlo e al momento era quindi vuoto, se si esclude una coppia di inservienti, entrambi sposati (lei madre di quattro figli: dicasi quattro!), imprigionati dai detriti nel sottotetto dove si imboscano ogni pomeriggio per dedicarsi alle loro brave porcherie.

L’elettricità naturalmente era saltata quasi subito, non prima però che una dozzina di televisori esplodessero scagliando frammenti dello schermo e altra minutaglia su bambini, vecchi (duri d’orecchio) e casalinghe che si stavano godendo i loro programmi preferiti incuranti di lampi e tuoni, e provocando ferite lacerocontuse di varia entità ma non gravi, a parte una scheggia conficcatasi nell’occhio di un settenne, poverino!, che si era addormentato come un angioletto dopo la merenda (tre Brioss al latte, leggerissime, una barra di Mars, una quindicina di ovetti Kinder e sfogliatine innaffiate da una bottiglia da un litro e mezzo di cocacola: e pensare che è magro come un chiodo!).

Se qualcuno col cuore avventuroso di un poeta si fosse azzardato a spingersi in strada (sono occasioni da non lasciarsi sfuggire, da buttarcisi a capofitto per viverle di prima mano!, se non vuoi rimpiangerle per il resto dei giorni come una donnetta), avrebbe avuto la rarissima opportunità di arricchire il suo repertorio di emozioni con uno spettacolo sublime e magico, di visioni che manco la mescalina o il peyotl, e, più importante ancora, di formulare un’ampia serie di ipotesi, tutte soddisfacenti, su alcuni dei problemi fondamentali dell’umano esistere (tanto per cominciare). Avrebbe visto gli spiriti della terra, dell’aria e dell’acqua assumere le forme più disparate in metamorfosi al contempo angeliche e demoniache per imperversare contro le miserabili opere della civiltà, lampi rivelare per un attimo le quinte di altri mondi e il buio subito inghiottirseli con titaniche risate, o rutti di digestione istantanea, ombre affacciate alle finestre dai doppi vetri, ma un po’ discoste, sbirciare atterrite con il bianco degli occhi rivelato a tratti dal bagliore di torce e candele, lumini filtrare spettrali dalle fessure degli avvolgibili e delle persiane, una fantasmagoria di ombre balinesi inscenare racconti cosmogonici sulle facciate cieche dei palazzoni popolari, mentre sotto i suoi piedi si solleverebbe il manto stradale, colpevolmente trascurato dalle precedenti amministrazioni, scoprendo voragini infernali e rivelazioni di minuscole, idilliache nicchie di vita sotterranea nell’istante in cui venivano spazzate via.

Un disastro del genere non succedeva da quelle parti dai tempi della peste, più o meno nel periodo dell’inquisizione spagnola o (adesso non ricordo bene) in quello in cui, a pochi chilometri da lì, Leonardo (il grandissimo, enigmatico Leonardo!) si sforzava inutilmente di ficcare qualcosa nella zucca dei bambocci scioperati di nobilastri della zona (e, probabilmente con maggior successo, sostengono i maligni, qualcosa d’altro altrove, a meno che non fosse il contrario, perché si sa che tutti questi geni hanno qualcosa di innaturale, di storto, che so: una malattia, qualcosa di bacato, un’inversione del corpo o dello spirito, a compensare tutta la loro genialità: ci deve essere, altrimenti non è giusto!), e nei ritagli progettava canali, chiuse, traghetti e dipingeva con esasperante lentezza tre o quattro quadri e affreschi, tutti rimasti incompiuti o scomparsi, chissà mai perché; o da quelli dei bombardamenti dell’ultima guerra, altrettanto affascinanti ma sui quali non vale la pena soffermarsi in quanto del tutto sprovvisti di mistero. La prosa del mondo.


(…)

 


B

 


Diego teneva il libro ancora in mano e il riflesso della lampadina che rimbalzava dalla pagina gli mostrava frammenti di un corpo scuro, nudo, non avrebbe potuto dire se bello o meno. I lampi fuori dalle finestre non lo aiutavano: la luce balenava in salotto senza superare gli angoli del corridoio e lui non osava completare l’ispezione servendosi apertamente della pila. Non aveva nemmeno il coraggio di parlare, se è per questo, e appena quello di respirare. Ma respirare è facile, non dipende da noi. Come essere vivi, fintanto che si respira almeno. Essere vivo è scontato, una volta che sei nato.

Non sapeva che fare. La ragazza si copriva il sesso invisibile e ricambiava il suo sguardo atterrito per ragioni diverse, in una supplica silenziosa. I sogni, quando si degnano di farlo, hanno il dubbio gusto di realizzarsi perlopiù in modo strampalato e ironico (ironia di cui nessuno sente il bisogno peraltro). Nel corridoio rimbombavano urla in una lingua incomprensibile, la cui sostanza però non lasciava dubbi. La ragazza le capiva entrambe, a lui bastava e avanzava la seconda e non aveva meno paura di lei. Eccotela qui la tempesta interiore che agognavi, pistola!

La tempesta di fuori intanto imperversava come se niente fosse. Se ne fregano, gli elementi! Si sbizzarriscono come gli pare e, quando sono stufi, se ne vanno senza salutare. In collegio dovrebbero sbatterli! E bacchettate! Altro che capirli, poverini, che hanno sacrosanti diritti loro pure! Te li do io i diritti! Solo danni sanno fare. Prima imparino a stare al loro posto, poi se ne parla (al limite). Mulinelli di varia entità sollevavano oggetti di entità adeguata e li trasportavano finché non si sfracellavano contro qualche barriera con violenza di entità corrispondente, calibrata al millesimo. Naturale! Foglie, a mucchi, si dimenavano con movenze rituali, inefficaci però. Rami spezzati, in preda a una pazzia solitaria, rotolavano per le strade finché non trovavano il sollievo di qualche compagnia, di nuovi, precari intrecci. La famiglia aiuta nelle disgrazie. Quando non le provoca.

Gli alberi che avevano resistito alle stragi delle precedenti amministrazioni finalmente si concedevano il lusso di cadere spossati, con traiettorie sgraziate. Chi l’avrebbe mai detto? Avrei scommesso sulla loro eleganza. Il livello dell’acqua cresceva fino ad allagare il piano terra di tutti gli edifici, tranne le villette costruite quando andavano di moda i rialzi del terreno, quelle montagnette artificiali che le fanno sembrare tanti stronzi su un piatto di spaghetti al pesto. L’utilità del brutto! La rivincita della merda. Per fortuna i giardini erano tutti devastati, le beole dei vialetti sollevate, a mollo le cantine arredate di tutto punto! Adesso saranno costretti a vivere in casa, i poveretti! A usarla, sporcarla, consumare il mobilio, intaccare il velluto delle sedie, lasciare ditate sui cristalli, l’impronta dei loro culi sulle poltrone cellofanate, schizzi di urina sul water, peli sulle saponette, virgole di unto sul lavandino, capelli un po’ ovunque, e ovunque il loro odore! Come quello della ragazza. Accidenti se suda! E chi non suderebbe al suo posto? Ma è un odore talmente buono!, si ritrova a pensare Diego. Chissà se anche il suo lo sarebbe per lei? La domanda è pertinente.

Sente pugni contro la porta, dalla quale finalmente la ragazza si sposta, prima che a qualcuno venga la bella idea di spararci contro. Comunque è blindata e non si può aprire dal di fuori senza la chiave. Costretta a uscire dall’immobilità, la poveretta prende a tremare, a singhiozzare in silenzio in un crescendo di agitazione che sbocca in conati di vomito dapprima a vuoto e infine in un fiotto che si sparge sul marmo gelato del pavimento. Solo allora Diego si precipita a cercare qualcosa per coprirla. Ha la sindrome del ritardo. Mentre le getta un accappatoio sul corpo accucciato e sobbalzante, la ragazza riprende a singhiozzare. Poi il pianto si affievolisce e lui sente una voce incerta che gli chiede scusa. Non la ascolta e va a prendere uno straccio.

Lo straccio in mano si avvicina alla ragazza, che ora piange sommessamente, con la sordina, il respiro più regolare. Si inginocchia davanti a lei per pulire, e lei lo scruta con occhi sbarrati. Forse prima di pulire (ma perché diavolo gli salta in testa di pulire in un frangente del genere?), sarebbe meglio dare un’occhiata al vomito. Non si sa mai: per capire che intrugli avevano fatto ingurgitare alla poveretta. L’emissione è di consistenza in gran parte liquida, di colore biancastro con striature verdognole e ocra (o rossobruno: impossibile essere precisi al quasibuio). Alcuni grumi scuri (marrone? verde carico? neri?) la punteggiano di segni arcani, che Diego omette di decifrare però. (Non ha tempo; confonde le priorità; trascura i dettagli; sovverte le gerarchie: niente male per uno che si offende se qualcuno non apprezza la sua intelligenza.) La macchia tondeggiante ha un diametro di circa quaranta centimetri, con alcune appendici a forma di goccia allungata disseminate fuori dai bordi, a formare una corona che si protende verso il pulitore, che quindi comincia da essa, indifferente all’implicito omaggio (io non lo sarei stato: certe cose le noto subito io). Alcune però le ha già asciugate con i pantaloni. Peccato: trattasi infatti di un capo di buona marca, ben tagliato e costoso, anche se il lino tende a sformarsi in modo sgraziato e a dare sempre un’impressione di sciatteria.

 

Tempestaultima modifica: 2011-04-19T18:54:00+02:00da luigigrazioli
Reposta per primo quest’articolo
Questa voce è stata pubblicata in Tempesta e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento